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mercoledì 10 ottobre 2012
"UNA STAGIONE INDIMENTICABILE", A VENT'ANNI DAL PALAEUR
 Esattamente vent’anni con alcuni di voi eravamo al Palaeur. Era il 10 ottobre 1992. Per i più giovani, beati loro, questa data non dice niente. Ma per chi ha partecipato a quella avventura fu un giorno straordinario. Fu il giorno in cui ci accorgemmo che la speranza di cambiare l ‘Italia non era solo nostra, ma di milioni di persone.
Un amico, Fabio Garbo, mi ha chiesto di organizzare qualcosa per ricordarlo. Ma ho preferito di no, sia perché siamo immersi in tali guai che si pensa solo al futuro, sia perché le celebrazioni sono un po’ tristi.
Ma parlarne è giusto. E quando riandiamo a quei momenti, accanto all’emozione e all’orgoglio il primo sentimento che nasce è la amarezza. L’Italia che sognavamo non c‘è. E visti oggi quei sogni, quei progetti, quelle speranze sembrano lontani anni luce. I fatti ci parlano crudamente, anche oggi, di una politica sepolta nel fango, di una corruzione che ha raggiunto livelli che ci sembravano impossibili, di un Paese sgomento che sembra aver perso ogni speranza. Abbiamo lottato per un’Italia orgogliosa di sé stessa, che guarda avanti, che prepara un futuro migliore. Ci abbiamo creduto. Ma abbiamo perso. Questa è la verità.
Ma attenzione, quello che oggi sta crollando con disonore non è l’edificio che abbiamo costruito noi. E’ quello che hanno fatto i nostri nemici. E’ il berlusconismo rampante che ha gettato l’Italia in un abisso. E’ l’egoismo dei partiti chiusi in sé stessi che impedisce alla classe politica non solo un rinnovamento, ma la gestione normale del paese. L’Italia sta andando male perché abbiamo perso, non perché proponessimo cose sbagliate.
A maggior ragione vale per la battaglia sulle istituzioni. Qui abbiamo vinto. Fra poco celebreremo un altro ventennio, quello del 18 aprile 1993, una data storica. Oggi una classe politica scervellata tenta di cancellare quelle riforme. Non so se ci riusciranno. Ma so che la strada che abbiamo tracciato è giusta, è l’unica che ci può dare speranza. Dobbiamo correggerla e migliorarla, ma guai a tornare indietro mentre il mondo va avanti. Dobbiamo rendere le istituzioni più forti, non tornare a quelle debolissime degli anni ‘80.
Insomma amico non abbandoniamoci alla tristezza. Quello che abbiamo fatto è giusto, e se non saremo noi sarà qualche altro a portarlo a termine. Voglio ripeterti quello che qualche mese mi ha scritto un altro caro amico, Livio Filippi: “Saluta tutti gli amici di una stagione indimenticabile”.

Mario Segni